Un calcio al terremoto: la squadra di Amatrice come simbolo di rinascita

Un calcio al terremoto: la squadra di Amatrice come simbolo di rinascita

Le parole del Mister Romeo Bucci

Violenza, razzismo, paranoiche rivalità campanilistiche sono gli elementi che spesso vengono associati al mondo del calcio in Italia. Tutto ciò avviene sia sotto i riflettori dei media per quel che riguarda i campionati maggiori, sia nel silenzio delle cronache locali per quanto riguarda i campionati minori.

La storia della squadra di calcio di Amatrice, invece, ci racconta altro: ci racconta di uno stadio (il “Manlio Scopigno” di Rieti) pieno di gente e di giornalisti per la prima partita di campionato, di un paese (Borbona) che superando vecchi rancori e qualche botta di troppo in campo ospita le partite in casa dell’Amatrice, del mister Romeo Bucci che dopo ogni partita o allenamento torna dalla sua famiglia sfollata a San Benedetto del Tronto, di altri giocatori ospitati a Roma o a L’Aquila, ma soprattutto ci racconta di una squadra che rappresenta una comunità ferita e orgogliosa, non undici giocatori in cerca di gloria ma un’intera comunità fiera del suo coraggio e dei suoi atleti anche se dare un calcio al terremoto non è facile, non tutti ce la fanno: si è fermato Roberto Spurio portiere che ha perso la mamma, i nonni e gli zii. “È venuto per un po’, poi ha smesso. È dura – dice Bucci in un’intervista al quotidiano Repubblica pubblicata il 17 marzo – ha 18 anni, era il primo a arrivare e l’ultimo a andarsene ma era troppo scosso, non ce l’ha fatta, non riesce a distrarsi. Ma giochiamo anche per lui, le porte sono aperte, lo aspettiamo appena se la sentirà di nuovo”.