Maddalena di Canossa, imprenditrice della carità

Maddalena di Canossa, imprenditrice della carità
L’8 maggio è la data in cui ricorre l’inizio dell’Istituto Canossiano, fondato da Maddalena di Canossa nel 1808. Maddalena di Canossa, nacque a Verona nel 1774 e morì nella stessa città nel 1835. Fu grande promotrice della carità attraverso l’assistenza alle ragazze, ai bambini, alle donne dei quartieri poveri del suo tempo in diverse città italiane. L’istituto canossiano si è poi diffuso in tutto il mondo. Fu beatificata da Pio XII nel 1941 e canonizzata da Giovanni Paolo II nel 1988.

L’educazione, l’assistenza ai malati, il Vangelo. Sono questi tre elementi semplici e allo stesso tempo decisivi dell’esperienza e della vicenda umana di Maddalena di Canossa, fondatrice delle Figlie della Carità Canossiane. L’attenzione ai più deboli, ai poveri, e in particolare alle ragazze, alle giovani più socialmente esposte all’abbandono e al degrado, nei quartieri poveri delle città italiane fra Lombardia e Veneto nella prima metà dell’’800, sono il centro dell’instancabile attività caritativa e di promozione sociale svolta da Maddalena di Canossa. E se questi sono tratti ormai riconoscibili della sua azione e del suo apostolato, oggi, nel percorso biografico della fondatrice dell’istituto canossiano, possiamo scorgere anche la forte attualità, la modernità, della sua eredità e dell’elaborazione che ne fu all’origine.

La carità tradotta in pratica, ispirata al Vangelo e animata da una serie innumerevole di iniziative concrete, sembra disegnare una sintonia notevole con l’insegnamento della Chiesa degli ultimi decenni. Non solo. Nel tentativo di sollevare dalla povertà le ragazze del suo tempo, Maddalena cercò di affrontare la questione con uno sguardo che andava oltre la sola emergenza o l’emozione del momento, oltre la donazione o l’elargizione di denaro episodica. L’istituzione dei primi laboratori professionali femminili, l’avvio di una scolarizzazione di base, l’importanza di assistere i malati e i sofferenti più poveri, l’insistenza su un’educazione religiosa in grado di trasmettere valori e costruire una coscienza cristiana, sono tutti fattori che denotano una comprensione delle cose in anticipo sui mutamenti futuri.

In questo senso Maddalena va senz’altro compresa fra quei grandi fondatori di movimenti e congregazioni che, nel corso dell’800 e fino ai primi decenni del XX secolo, riformarono la capacità della Chiesa di stare dentro la storia del proprio tempo, in relazione con i grandi cambiamenti sociali ed economici, con le trasformazioni culturali dell’epoca, passando fra rivoluzioni e controrivoluzioni, confrontandosi con l’affermazione di nuovi principi e ordinamenti politici e istituzionali. Sono queste personalità – pensiamo a due protagonisti pur diversi fra loro per percorso di vita come Daniele Comboni e, più avanti, don Giovanni Bosco – a fornire, nei fatti, con la loro testimonianza, attraverso esperienze missionarie e sociali, la base per il dispiegarsi di quella dottrina sociale della Chiesa che rivitalizzerà il cammino del cattolicesimo in età moderna.

La fondatrice dell’istituto Canossiano non a caso incontrò sul suo cammino, esperienze come quelle di Carlo Steeb e don Pietro Leonardi, rispettivamente fondatori delle Sorelle della Misericordia e delle Figlie di Gesù, o dei fratelli Anton Angelo e Marcantonio Cavanis a Venezia, fondatori delle scuole per ragazzi poveri; ebbe un importante confronto con Antonio Rosmini, grande filosofo e pensatore cattolico liberale dell’800, a sua volta fondatore di un ‘Istituto della Carità’, ispirato, come lui stesso testimoniò, dall’opera di Maddalena di Canossa.

Maddalena rappresenta per altro, un modello femminile nuovo, con attitudini da ‘imprenditrice’ della carità, una sorta di imprenditrice sociale cristiana, che non disgiunge l’educazione morale ai valori evangelici da quella ‘formazione’ rivolta alle ragazze più povere allo scopo di metterle nella condizione di imparare un mestiere, di uscire da un destino di degrado. Si tratta di scelte assai facili da comprendere nel nostro contesto ma fortemente innovative all’inizio dell’800. Proveniente da una famiglia nobile di Verona, l’intraprendenza della marchesa (questo il titolo di Maddalena) non venne accolta subito positivamente né fra le mura familiari né nell’ambiente che la circondava, e furono diverse e ripetute negli anni le difficoltà che dovette incontrare.

Tuttavia ciò non le impedì di aprire le sue case a Verona, Venezia, Milano, Bergamo, Trento. Significativo, in tal senso, il fatto che tutto il percorso di Maddalena di Canossa, rifugge da una carità di facciata, limitata all’elemosina, ma si delinea come intenzione di iniziare una vita nuova con i poveri. Come scrivono Marina Airoldi e Dorino Tuniz, nella biografia della santa originaria di Verona: “chi vuole insegnare ad altri come seguire Gesù, deve dare una testimonianza personale di forte vita evangelica con la scelta della povertà: la Canossa non vuole essere la marchesina che fa assistenza ed elemosina, tra gli agi del suo ambiente. Chiede invece a sé stessa e a chi vuole seguirla di essere povera tra i poveri, per essere credibile”.

Da sottolineare, ancora, che l’opera di Maddalena di Canossa fu conosciuta e apprezzata anche dai potenti del suo tempo che, secondo le vicissitudini e le turbolenze della storia di inizio ‘800, ebbero a che fare con il Veneto e l’Italia del nord in quegli anni. In particolare, l’impegno della marchesa fu conosciuto e sostenuto da Napoleone Bonaparte nel corso delle sue varie incursioni da questa parte delle Alpi. Successivamente, nel 1817, ricordava in un recente articolo ‘Famiglia cristiana’, “giunse a Verona l’imperatore Francesco I il quale, venuto a conoscenza dell’opera della marchesa, prese sotto la sua protezione le Figlie della Carità e volle che si diffondessero anche in altre città, cominciando da Milano. E siccome a Venezia le autorità locali avevano deciso di sfrattare le Canossiane dal monastero di S. Lucia, intervenne con una ‘Risoluzione Sovrana’ a confermarle in quella sede e in quella di Verona, annullando tutti gli oneri che le autorità locali pretendevano da loro”. Fatti che ci dicono non tanto della buona disposizione di re e imperatori verso la carità, quanto della necessità dei potenti del tempo di stabilire relazioni positive con le famiglie nobili delle città venete per puntellare regni sempre incerti, della qual cosa evidentemente, Maddalena giustamente approfittò. Nel frattempo prima Pio VII nel 1817, poi Leone XII nel 1824, approvarono la ‘Regola’ delle Figlie della Carità.

Ma in questa rapida rassegna, non può essere dimenticato che, insieme all’assistenza alle ragazze povere malate negli ospedali, al moltiplicarsi delle iniziative caritative, al diffondersi di scuole di catechismo, degli oratori festivi, dell’educazione spirituale per le dame dell’aristocrazia, Maddalena diede vita a un’altra iniziativa destinata a lasciare il segno: ovvero la formazione di maestre di campagna, a cominciare dal bergamasco.

 Anche in questo caso siamo di fronte, come è stato scritto, a un “progetto coraggioso”, poiché in primo luogo aveva come obiettivo principale quello di rivolgersi soprattutto al mondo femminile. Non solo: l’iniziativa “intendeva anche superare la diffusa convinzione che l’istruzione dovesse essere riservata agli appartenenti alle classi nobili e ricche”. Sono insomma numerosi e diversi fra loro i fattori che rendono l’opera e l’azione di Maddalena di Canossa di forte attualità, cioè capace di interrogare e motivare il presente. Non è del resto stato un caso se le Figlie della Carità Canossiane, i laici e il volontariato ad esse legati, si sono diffusi ampiamente nel mondo, raggiungendo decine di Paesi nei cinque continenti attraverso un’intensa attività missionaria rivolta in primo luogo alle ragazze e ai ragazzi, alle giovani donne, alle famiglie, di tante realtà e quartieri posti ai margini delle società contemporanee, in quelle “periferie del mondo” evocate ripetutamente da Papa Francesco e che costituiscono il cuore pulsante del nostro tempo.

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